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23 July 2012
Pausa caffè con Nereo Trabacchi: Il blocco dell'Adelma
23 July 2012
Nereo Trabacchi
Il blocco dell'Adelma
 
Adelma Fermi è la mia vicina di casa.
Lei è una semplice e anziana signora di ottantaquattro anni, tutti trascorsi nella più completa dedizione alla sua numerosa famiglia.
Mi conosce dal giorno in cui i miei genitori, ormai quarantadue anni fa, mi portarono a casa dall’ospedale dove ero nato soltanto due giorni prima. 
Adelma all’epoca aveva già avuto due dei suoi cinque figli e non passava giorno senza che rassicurasse mia madre che presto anche lei avrebbero avuto un erede.
Ora i miei sono morti e io continuo a vivere la mia vita di scapolo nella stessa casa a pochi metri da quella di Adelma in cui, vedova, è rimasta con una delle figlie.
In tutti questi anni, nonostante le mille faccende domestiche necessarie ad una famiglia tanto numerosa, Adelma ha sempre trovato un po’ di tempo da dedicare alla sua unica e amata passione: il disegno.
Durante l’inverno la vedevo dalla piccola finestra rotonda della sua mansarda intenta a tracciare sulla carta gialla dei suoi blocchi i più disparati bozzetti. Non aveva mai bisogno di un soggetto da copiare perché “I miei occhi sono come la pellicola fotografica”, le ho sempre sentito dire in tutti questi anni. In effetti le è sempre bastato lanciare uno sguardo a un paesaggio, a un volto oppure a un animale, per poterlo poi riprodurre fedelmente anche mesi dopo, con la sua matita da bozzetto. 
In estate era più facile scorgerla, sempre al crepuscolo, sotto i fili per stendere tirati tra i pali nel loro piccolo e disordinato giardino; gli occhi piantati nel cielo e la mano che vagava come impazzita sotto le istruzioni della sua fertile fantasia.
Quando era stanca e voleva ritornare in casa, chiamava uno dei figli che l’aiutava a riporre tutti i fogli dentro una scatola di cartone.
Alle cinque del mattino un’altra lunga giornata della sua dura esistenza sarebbe ricominciata.
Da ragazzino un po’ invidiavo la famiglia di Adelma; in apparenza era molto più serena della mia, dove a causa di alcol e tradimenti l’ambiente era diventato piuttosto pesante già da quando ancora frequentavo le elementari. I miei vicini invece, nonostante le loro chiare difficoltà economiche dovute al problema di sfamare sette bocche con un solo stipendio da operaio, sembravano l’emblema della serenità. Uso appositamente “serenità” e non “felicità”, in quanto so per esperienza personale che la prima forse è anche raggiungibile, mentre la seconda non esiste. Almeno credo io. 
I cinque figli di Adelma sono cresciuti tutti in salute, studiando e ottenendo ottimi risultati professionali sotto gli amorevoli e attenti occhi della madre. Solo Maria, la secondogenita è rimasta in casa perché zitella e perché “Qualcuno della mamma si deve pur occupare”, come mi spiega tutte le volte che ci incontriamo nel vialetto di confine o nel piccolo negozio di alimentari giù in fondo a quella strada che per anni è stato il nostro unico luogo di giochi e vacanze. 
 
<Sono venti grammi in più signor Ermanno, lascio?>
<Sì, grazie, lasci pure. Aggiunga anche una fetta di quel formaggio fienoso.>
Mentre controllo il resto, che più per cecità che per distrazione la signora Germana sbaglia spesso a contare, mi dirigo verso l’uscita del negozio.
<Ermanno, che piacere vederti.> Alzo la testa dalle monetine sparse nel mio palmo e incrocio lo sguardo di Maria, insolitamente sorridente.
<Oh ciao Maria, come stai?>
<Bene, bene. Sono venuta a comprare il pane. Mia sorella ci ha mandato una scatola di formaggi francesi e questa sera con la mamma volevamo aprire una bottiglia di quello buono. Ma perché non ti unisci a noi? Sono certo che la mamma ne sarebbe felice.>
I Fermi sono sempre stati una famiglia molto ospitale; piuttosto allungavano la minestra mettendo la pentola sotto il rubinetto, ma non avrebbero mai negato un posto alla loro tavola a nessuno. 
<Sei molto gentile, ma non vorrei disturbare…>
Una risatina subito interrotta anticipa la risposta.
<Ma vuoi scherzare? Lo sai che sei sempre stato considerato un membro della famiglia; la mamma poi ti adora. Coraggio, non accetto rifiuti, ti aspettiamo per le otto. Ah, e non portare nulla, solo uno dei racconti del tuo lavoro, quelli che ci fanno ridere.>
<Ok> rispondo con la poca loquacità che non ha mai fatto di me un uomo interessante. 
Mentre mi dirigo verso casa già pentito per aver accettato l’invito, mi domando come si possano trovare simpatici i miei aneddoti sulla toelettatura dei cani.
 
Alle diciannove e cinquantacinque suono alla porta delle mie vicine.
Ovviamente non ho obbedito, così nella mano destra stringo un mazzo di viole e nella sinistra una bottiglia di nocino regalatami da un cliente per essere riuscito là dove nessun veterinario in città era stato in grado di arrivare: togliere una zecca dall’orecchio del suo cane che stava per impazzire.
La porta si spalanca ma posso solo scorgere il lembo di una sottana che si allontana velocemente.
<Entra entra, scusa ma ho una cosa nel forno…> 
La voce di Maria che si affievolisce mentre torna in cucina mi dà il benvenuto.
Mi accomodo nel salotto che non vedevo da tempo ma che mi pare assolutamente identico a quello di sempre; appoggio fiori e bottiglia sul tavolo e mi tolgo la giacca.
<Lo sapevo che ti saresti disturbato.>
Maria è tornata nella sala asciugandosi le mani nel grembiule legato in vita.
<Dovevano esserci solo i formaggi, ma poi la mamma mi ha detto che non potevamo avere un ospite e dargli solo quello; così ha voluto a tutti i costi fare le sue lasagne.>
<Le famose lasagne di Adelma. Per chi non ha avuto la fortuna di assaggiarle restano solo una leggenda che corre lungo la via> rispondo contento per quella notizia. 
<Sì, le lasagne della mamma sono qualcosa di speciale. Ma perché non la raggiungi in giardino, metto i tuoi fiori in un vaso e arrivo con l’aperitivo. E’ molto contenta che tu abbia accettato l’invito.>
<Grazie.>
Dall’uscio della porta posso vedere Adelma di spalle seduta sulla sua grande poltrona a dondolo di vimini. Prima di mettere un piede nell’erba capisco che il mio leggero senso di disagio deriva da come stupidamente ho deciso di vestirmi. L’unico abito intero che posseggo è di lana grigia è ed assolutamente fuori stagione. Poi l’idea di infilare i mocassini lucidi in quel pantano mi irrita più del fatto di non aver pensato che le due donne indossano sempre comodi abiti casalinghi. 
Quando sono davanti ad Adelma i suoi vecchi e stanchi occhi paiono illuminarsi per un solo istante.
<Il piccolo Ermanno…>
<Ciao Adelma, come stai?>
<Nello stesso modo in cui ti sentiresti tu se sapessi che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo.>
<E’ ciò che penso ogni mattina.>
Quello che dico le fa uscire una risata gracchiante che pare costarle uno sforzo fisico non indifferente.
<Proprio cinico come tuo padre, eh?>
<Sì, ogni tanto qualcuno me lo ricorda.>
<Accomodati e scusami se non mi alzo, ma oggi la mia riserva di energie è stata utilizzate per preparare le lasagne.>
Mi siedo su una piccola sedia a pochi metri da lei e resto ad osservarla.
Dopo aver pronunciato le ultime parole il suo sguardo si è come perso in un punto indefinito dell’orizzonte. 
Le sue mani, la sua pelle e soprattutto il suo corpo portano tutti i segni di una vita di grandi fatiche. Ma la postura e quella fiamma negli occhi sono il segno di una dignità che ho sempre ammirato in questa famiglia. 
Noto solo adesso che, sulle gambe, protetto dai raggrinziti palmi, c’è il blocco da disegno.
Quando riporto lo sguardo sul viso rimango interdetto per come Adelma ha iniziato a fissarmi. 
<Negli ultimi tempi tante persone, soprattutto donne, sono state sedute dove sei tu ora.>
<Ah sì? Così tante visite, non mi sembrava…>
M’interrompo immediatamente quando mi accorgo di quello che stavo per dire. Confido nella senilità della sua mente, ma come dovevo immaginare commetto un secondo errore.
<Lo so bene che quando sei a casa ci osservi dalla finestra. In un primo tempo speravo che fosse perché volevi vedere mia figlia, poi ho capito che non si trattava di questo.>
Un’altra risata ancora più sofferta della prima mi aiuta a risollevarmi dall’imbarazzo che mi sono creato tutto da solo.
Voltandomi verso casa mia provo una strana sensazione di déjà-vu, poi capisco che non si tratta di quello.
Anche se per pochi secondi, ho la terrificante sensazione che un altro me ci stia guardando dalla veranda della mia sala. Il tutto è amplificato dal movimento del tendone bianco, ma poi ricordo di aver lasciato aperta la finestra.
<Ho molto tempo libero e mi capita spesso di passare la giornata guardando il cielo.>
<Oh, ma non ti devi giustificare, caro. E poi sapere che mi osservi è come una sorta di compagnia; e alla mia età c’è sempre bisogno di compagnia.>
<Chi sono le persone che ti vengono a trovare, Adelma?>
Prima di rispondere stringe il blocco con tutta la forza che le è rimasta e poi afferra la matita dalla larga tasca dell’abito a fiori.
<Sono persone che cercano l’amore.>
<L’amore? E lo cercano qui, nel tuo giardino?>
<Per quanto ti possa sembrare strano sì, lo vengono a cercare proprio qui.>
Una punta di irritazione le taglia la voce.
<Non volevo offenderti, mi chiedevo solo il motivo.>
<Ecco qui i nostri Bellini. Ah, ovviamente sono fatti con lo spumante del negozio della Germana e non con lo Champagne, ma vengono bene lo stesso.>
L’arrivo di Maria mi salva dal secondo stupido imbarazzo. Parlare con vecchi e bambini cacciandomi in qualche gaffe è sempre stato uno dei miei passatempi più riusciti.
Tocchiamo i bicchieri augurandoci la migliore salute e poi beviamo a piccoli sorsi in un surreale silenzio per un intero minuto.
<Dovremo attendere ancora un po’ prima di mangiare> dice Maria con voce leggermente contrariata guardando sua madre.
<La mamma ha detto a una persona che poteva passare da noi prima di cena per una certa cosa, ma ci vorranno solo pochi minuti. Non ti preoccupare Ermanno, mangeremo prima che faccia buio.>
<Non vi preoccupate, non ho fretta e poi per tornare a casa non devo guidare, quindi salute.>
Alzo ancora il bicchiere e le due donne fanno lo stesso.
Dopo pochi minuti, proprio mentre stavo raccontando il mio eroico salvataggio del cane dalla vorace zecca, suonano alla porta e Maria torna in giardino con una giovane ragazza dall’aria molto timida.
<Questo è il nostro amico Ermanno e lei è mia mamma Adelma. Lei è Alice.>
Mentre io non vengo degnato di uno sguardo, appena la giovane stringe la mano di Adelma gli occhi le si riempiono di lacrime.
<Grazie, grazie per avermi fatto venire fino a qui. La mia amica Gaia mi ha detto che voi potete… ecco, questo è tutto quello che ho.>
Estrae una mazzetta di banconote e l’appoggia sul grembo della vecchia, Maria l’afferra immediatamente e la fa sparire in tasca.
<Vieni Ermanno, vieni a darmi una mano di là in cucina, lasciamole sole per qualche minuto così finiscono e tra poco potremo mangiare.>
Senza dire una parola, ancora stupito da tutta questa strana situazione, obbedisco. Mi alzo e seguo Maria all’interno della casa.
 
Apro la bottiglia di vino bianco e riempio i bicchieri già posti sulla tavola deliziosamente preparata. 
<Complimenti per il tuo gusto, Maria> dico accarezzando la tovaglia di lino con la punta delle dita.
<Grazie, è un vecchio ricordo di famiglia; faceva parte del corredo di mia madre quando si è sposata. E’ sempre stata usata solo per le grandi occasioni, tipo quando qualcuno dei miei fratelli annunciava il fidanzamento, oppure quando c’era ancora il papà e si festeggiava il Natale tutti insieme. Insomma per noi da ragazzini era un gran segnale perché quando appariva questa tovaglia significava che si sarebbero mangiato cose speciali e tanti dolci.>
Mentre parla la osservo, e non posso fare a meno di provare tenerezza nel constatare come le sue guance diventino rosee ai quei ricordi.
<Una volta devo averci mangiato pure io> ribatto capendo dalla sua espressione che non si aspettava queste parole.
<Tu? E quando?>
Continuo ad accarezzare quel tessuto come se fosse uno dei meravigliosi Labrador che lavo di tanto in tanto nel mio negozio.
<Molti anni fa. Mio padre e mia madre avevano litigato e lui in preda a un attacco d’ira le aveva dato un ceffone più forte del solito. Lei era caduta e aveva battuto la testa contro la panca dove tenevamo la legna per il camino.>
Stacco la mano dalla tavola e la porto alla tempia, nel punto esatto in cui a mia madre ricordo si aprì una profonda ferita.
<Io me ne stavo rannicchiato in un angolo e piangevo disperatamente. Mio padre corse in camera da letto, prese il lenzuolo e dopo averlo piegato lo premette sulla testa di mia madre e la caricò in macchina per portarla all’ospedale. Prima di andare però mi prese con violenza per un braccio, mi lasciò qui sulla vostra veranda, suonò il campanello e scappò via. Adelma aprì la porta e mi sorrise, proprio con la stessa espressione di poco fa. Mi prese gentilmente la mano e mi portò in casa. Voi stavate mangiando a questa tavola. Se non ricordo male era il compleanno di uno di voi.>
Riapro gli occhi che non mi ero accorto di aver chiuso e vedo che Maria con le mani sulla bocca si è avvicinata a me.
Io le stringo le spalle dolcemente e le sorrido contento di aver diviso con lei questi intimi pensieri.
<Su, non parliamo di queste cose stasera. Assaggiamo il vino e…>
Maria sposta le mani dalla bocca alle mie orecchie e mi imprime un bacio umido sulle labbra.
Facendo un passo indietro mi stacco imbarazzato e indietreggio cercando di non essere troppo veloce per non offenderla.
Lei resta lì, immobile a fissarmi stupita. E’ ancora una bella donna, con molti spasimanti e di certo non si aspettava una reazione del genere da parte mia. 
<Maria, perdonami è che io… cioè per me è un periodo molto strano e non posso…>
<Perdonami tu> dice sorridendo.
<Consideralo solo come il gesto affettuoso di una vecchia amica.>
Respiro sollevato da questa affermazione.
<Vado a controllare le lasagne, mamma tra poco avrà finito e potremo cenare.>
Sparisce in cucina lasciandomi solo con i miei pensieri.
 
Non vedendola tornare la raggiungo in cucina dove la trovo tutta indaffarata a togliere la carta stagnola dalla teglia.
<Per poco non le perdevamo, sono quasi bruciate. Potresti aprire un po’ quella finestra?>
Mentre giro la maniglia non posso fare a meno, come da mia voyeristica abitudine, di rimanere incantato a osservare Adelma con Alice esattamente dove le avevamo lasciate.
La matita di Adelma come sempre corre veloce al di là di quanta energia si possa immaginare ci sia ancora in quelle cadenti braccia.
La ragazza è ferma immobile sulla stessa sedia su cui mi ero accomodato poco prima. La sua espressione è imperscrutabile; anzi, a pensarci bene in questo momento quel giovane volto pare quasi totalmente privo di vita. Pare una maschera di cera. Da questa distanza è impossibile vedere il disegno, per quanto cerchi con piccoli movimenti della testa di sbirciare qualcosa.
<A che punto sono?> Chiede Maria.
<Posso farti una domanda?>
<A-ha.>
<Ma tua mamma si fa pagare tutti quei soldi per un ritratto?>
<Ecco fatto, le abbiamo salvate. Ora le lasciamo nel forno spento per mantenerle in temperatura. Oh, scusa, mi dicevi?>
<Non pensavo che tua mamma volesse dei soldi per i suoi bellissimi ritratti.>
<Ma quelli non sono ritratti; o meglio, non quelli che pensi tu.>
Un po’ confuso da quella risposta preferisco pensare un istante prima di parlare per non sembrare più stupido di quanto questa donna già non mi consideri.
<Coraggio, non dirmi che non sai nulla, tutta la strada ne parla da tempo.>
<Non credo di seguirti.>
Maria non fa in tempo a continuare che la porta si spalanca e la giovane Alice irrompe nella stanza con gli occhi pieni di gioia. Sembra una persona completamente differente da quella che osservavo qualche secondo prima. Lancio un’occhiata in giardino e vedo Adelma che faticosamente si sta alzando dal suo trono per venire da noi.
<Grazie, grazie di cuore…> esclama Alice piena di vitalità.
<Ora so che c’è… grazie.>
Gira il foglio giallo che tiene in mano verso di noi e ci mostra il volto disegnato di un ragazzo dall’aria piuttosto rude, pettinato con una riga nel mezzo. Sul naso un paio di occhialini dalla montatura leggera e una accenno di barba sulle guance.
<Bene, sono felice per te, piccola. Ora corri a casa, ma prima di fare qualsiasi cosa pensaci bene. Ok?>
<Certo, la signora mi ha detto tutto. Grazie, grazie ancora.>
Detto questo sparisce dalla stanza proprio mentre Adelma entra in cucina.
<Che fame, mangiamo?>
 
La lasagne sono qualcosa di più oltre l’essere buone; sono un sapore che non provavo da tempo, sono un gusto che solo un piatto cucinato con amore può dare. I formaggi inviati da Clotilde, la secondogenita dei Fermi trasferitasi in Francia anni fa, saranno la causa della mia insonnia notturna. 
Mentre assaggiamo il nocino dentro dei piccoli bicchierini di cristallo azzurro, forse complice l’alcol, trovo il coraggio di fare la domanda che da tutta la cena covavo dentro: <Perché quella ragazzina era così felice per quel ritratto?>
Le due donne prima si guardano, poi Adelma posa la sua mano sopra la mia, causandomi l’abituale disagio che percepisco a ogni contatto fisico. 
<Te l’ho detto prima, queste persone vengono qui per trovare l’amore.>
<Ah, ho capito. Quello era un regalo per il suo fidanzato. Lei ti ha portato una fotografia e tu ne hai ricavato un ritratto.>
Ipotizzo io già certo che le cose non stiano così, dato che ho chiaramente visto quella ragazzina stare in posa.
<Non esattamente> mi ferma Maria ora con le guance rosse questa volta per via del vino.
<Allora posso sapere com’è... ...esattamente?>
<Mamma, perché non glielo spieghi tu?>
Adelma prende la matita dalla sua tasca e comincia a tracciare delle righe immaginare nell’aria davanti a lei.
<Io posso vedere. Posso vedere come deve finire l’amore, capisci? Non quando, né tanto meno dove, ma come.>
<Non credo di seguirti Adelma.>
Con la solita espressione leggermente contrariata posa la matita sul tavolo e dopo aver afferrato il bicchierino finisce l’ultimo goccio. Mi ferma subito quando faccio il gesto di riempirlo nuovamente.
<Qualche anno fa un uomo è venuto da me per farsi fare un ritratto. Voleva regalarlo alla madre malata che aveva espresso il desiderio ti tenere accanto al letto l’immagine del figlio per i suoi ultimi giorni di vita. Lui rimase in posa per un paio d’ore, ma capivo, percepivo, che la sua mente era completamente lontana. Quando finii il lavoro girai il foglio verso di lui, ma la sua espressione era quanto di più sgradevole potessi aspettarmi. Non solo si arrabbiò, ma iniziò pure a insultarmi. Ricordi cara?>
<Certo, è stato terribile, in questa casa non si erano mai udite parole così, neppure tra i miei fratelli da ragazzi.>
<Stupita da tutto questo riguardai il disegno e quello che vidi mi gettò nella più profonda agitazione. Quell’uomo, al di là della sua reazione, aveva tutte le ragioni di essere adirato; il volto sul foglio non era il suo, ma quello di una bellissima donna con lunghi capelli e occhi dolci. Mi strappò il ritratto dalle mani e se ne andò. Cercai di non pensarci più e per mesi smisi di disegnare. Ero convinta che quanto successo fosse frutto della mia vecchiaia; in parole povere dell’arteriosclerosi.>
<Un periodo terribile, tutti temevamo che la mamma fosse partita con la testa> affermò Maria facendosi battere l’indice contro una tempia.
<Per il medico stavo bene e la mia vita proseguiva normalmente, così dopo un po’ di tempo imparai a considerare quello come un episodio isolato. Ogni giorno osservavo il mio blocco chiuso nel porta giornali a fianco del divano e mi sembrava più bello che mai, ma mi mancava il coraggio di afferrarlo. La paura che un episodio simile si potesse ripetere era troppa, e non tanto per me, ma soprattutto per come ho visto i miei figli spaventarsi.>
Sono completamente assorto nel racconto e solo ora mi accorgo di aver bevuto altre due generosi dosi di liquore.
<Finché un giorno…> disse Maria.
<…quell’uomo, quello del ritratto, non suonò nuovamente alla porta> proseguì Adelma.
<Adesso forse ancora uno lo gradirei.>
<Oh mamma, sai che…>
<Sì cara, so che presto morirò, quindi non me ne frega un tubo. Allora dicevo, quell’uomo torna, ma non da solo. Quando Maria lo accompagna da me in giardino fatico a credere ai miei occhi.>
<Che cosa succede?> Incalzo curiosissimo.
<Era in compagnia di quella donna.>
<Di quale donna?> Chiedo.
<Quella che la mamma aveva disegnato al suo posto mesi prima> risponde Maria dato che Adelma stava sorseggiando il nocino.
<Che cosa?>
Adelma mi guarda con la stessa soddisfazione con cui deve aver osservato tutte le persone a cui ha raccontato questa suggestiva storia.
<Sì, proprio lei, la donna dagli occhi dolci, quella del disegno. Lui si mette in ginocchio davanti a me e dopo aver appoggiato la testa sulle mie ginocchia scoppia a piangere. Quando si calma mi racconta che pochi giorni dopo il nostro incontro la madre morì e lui partì per un lungo viaggio. Un paio di settimane più tardi mentre si trovava in Irlanda entrò in un pub e dopo aver ordinato una pinta di birra alzò gli occhi sulla cameriera e per poco non gli viene un colpo: era la ragazza che avevo disegnato. Lui assolutamente travolto da quel fascino iniziò a corteggiarla e alla fine si innamorarono.>
Sono con la bocca spalancata nella totale indecisione se credere o meno a quello che le due donne mi stanno raccontando. 
<Ma non può essersi trattato di un semplice caso? Una somiglianza?>
<E’ esattamente quello che ho pensato io per le due settimane successive al racconto di quel tizio. Ma poi trovai il coraggio e ripresi a disegnare. Ho avuto tanta gente che ha posato per me, e con molti è accaduta la stessa cosa. Se sono persone sole e soprattutto in cerca dell’amore, invece di disegnare loro io riesco a disegnare la loro anima gemella ovunque essa si trovi su questo benedetto pianeta. Alcuni la trovano, altri sono costretti ad accontentarsi del disegno.>
Mi accorgo di aver smesso di respirare.
<Ammesso che tutto questo sia vero non corri il rischio di rovinare la vita della gente? Cioè, non c’è il pericolo che una o più di loro non si innamorino mai perché in perenne attesa di una persona che probabilmente non gli sarà possibile incontrare?>
Adelma mi scruta come indecisa se dirmi quello che vorrebbe.
Poi abbandona ogni indugio e conclude.
<In fondo non è quello che accade ugualmente a chi è destinato a non trovare la persona giusta? In fondo, non è quello che sta accadendo a te piccolo Ermanno?>
Mi paralizzo. Respiro, circolazione e cervello.
Sento una rabbia fortissima montarmi dentro. Sento che la rabbia è amplificata dalla mia consapevolezza della veridicità di quelle ultime parole. Sento che sto per dire qualcosa di cui mi pentirò.
<Voi non sapete di cosa stata parlando. Voi truffate quelle povere ragazzine e chi come loro vive nell’illusione di una felicità che fino a questo momento non hanno ancora trovato.>
Maria cerca di calmarmi mostrando le mani come segno di resa.
<Calmati Ermanno, e ti prego non dire queste cose. Noi non truffiamo nessuno. La cosa funziona così e sono gli altri che si rivolgono alla mamma. E lei, quando consegna il disegno, è molto chiara dicendo loro che non può promettere nulla. Per quanto riguarda i soldi, ogni singolo centesimo che ci viene offerto lo diamo direttamente a Don Franco e alla sua chiesa, per noi non teniamo nulla. Non ne abbiamo bisogno.>
La frustrazione del non capire perché tanta rabbia mi sia cresciuta dentro è forse il vero combustibile che l’alimenta. Mi sento il viso in fiamme e un’ondata di vero imbarazzo, per questa reazione, va a mischiarsi con tutte le altre disordinate sensazioni.
Faccio due passi verso il divano su cui ho appoggiato la giacca e dopo essermela infilata dico le uniche parole possibili.
<Grazie per la cena e scusatemi per quelle parole.>
Esco quasi di corsa e mi chiudo in casa. 
 
Due giorni dopo, senza essere riuscito quasi a chiudere occhio, busso alla porta dei Ferri. Nessuno mi apre così faccio il giro della casa per verificare se sono in giardino. Le condizioni di quel piccolo pezzo di terra sono disastrose. Quando Carlo, il marito di Adelma, era ancora in vita badava lui a tenere in ordine questa parte della casa. Trascorro una buna mezz’ora a raccogliere tutte le cose sparse sull’erba e a infilarle in una grande cesta. Poi, appoggiato in un angolo, vedo uno di quei vecchi e pesanti rastrelli con il manico di legno e decido di raccogliere le foglie sotto il lauro. Finalmente una macchina si ferma davanti alla porta d’ingresso e qualcuno dopo aver camminato rumorosamente sul patio apre la porta ed entra in casa. Un paio di minuti dopo Maria arriva in giardino dalla porta esterna della cucina.
L’unica parte del suo viso a non essere bianca come il latte sono le marcate e scure occhiaie. Porta un maglioncino sulle spalle e solo quando mi è a pochi passi posso vedere il rossore degli occhi.
<Mentre vi aspettavo ho messo un po’…>
Maria mi abbraccia forte e con la fronte appoggiata alla mia spalla scoppia in un pianto disperato.
<Se… se… se n’è andata, Ermanno.>
<La mamma…>
<Sì. Questa mattina non si è alzata e quando sono andata a chiamarla mi sono accorta che respirava appena. Ho chiamato subito l’ambulanza, ma quando siamo arrivate in ospedale era già morta.>
Con una forza che non pensavo di avere allargo le braccia e riesco a stringere le minute spalle di quella donna disperata. Subito mi vengono alla mente le terribili parole che avevo detto ad Adelma l’ultima volta che l’ho vista. E, quando penso anche di essermene andato senza salutarla, un nodo mi si forma nello stomaco.
Dicendo qualche incomprensibile parola riesco a calmarla leggermente, portarla in casa e farla sedere al tavolo mentre io preparo del tè. 
<Ora devo avvertire tutti i miei fratelli. E non so davvero che parole usare.>
<Se vuoi ti posso aiutare, Giacomo e Giovanni posso chiamarli io, ho i loro numeri nella mia agenda.>
<Grazie, sei molto caro, ma è un compito che spetta a me.>
Appoggio le due tazze fumanti e questa volta sono io ad afferrarle la mano tremante. Al contatto ho come la sensazione che si calmi leggermente.
<Senti Maria, so che questo non è il momento più adatto, ma volevo dirti che sono due giorni che sto veramente male per come vi ho trattato l’altra sera.>
<Non ti devi preoccupare Ermanno, la tua è stata una reazione più che normale. La mamma diceva sempre che lei stessa non era sempre in grado di crederci, quindi riusciva ad immaginare la diffidenza degli altri. Oh, cielo, ho già iniziato a parlare di lei al passato.>
E scoppia nuovamente in un pianto che questa volta non oso consolare, ne ha bisogno. Poco dopo si riprende e sorseggia il tè tiepido. Forse parlare in questo momento sente che le fa bene, ed egoisticamente devo ammettere che fa bene anche a me.
<Non ha mai capito da dove venisse quel dono e soprattutto perché proprio a lei. Si domandava continuamente se lo avesse sempre avuto e fosse stata una sua colpa accorgersene così tardi. Ma poi smise di farsi tutte queste domande e… se lo godeva e basta. Era felice quando poteva essere di aiuto a qualcuno, soprattutto se era qualcuno che amava.>
Appoggiò la tazza e tirò un profondo respiro.
<Sai Ermanno, non sei l’unico che si deve scusare, anche noi ne abbiamo combinata una.>
<Voi? E cosa avreste fatto?> Domando con un sorriso ingenuo ma preoccupato.
Maria si alza, apre un cassetto e prende qualcosa. Quando torna da me e vedo che si tratta del blocco di Adelma inizio a sudare freddo.
Non so perché, ma proprio in questo momento mi viene la pelle d’oca quando penso a una delle frasi di Adelma dell’altro giorno mentre le versavo il liquore: “So che presto morirò.”
<Il nostro incontro al negozio di alimentari non è stato proprio così casuale. Mamma mi aveva chiesto di intercettarti e di invitarti perché voleva mostrarti una cosa. Ma poi l’altra sera vista la tua reazione ha preferito aspettare.>
Ricaccia dentro le lacrime e inizia a sfogliare il blocco fino alla pagina che stava cercando.
<Lei sapeva che ti piaceva osservarla dalla finestra del tuo soggiorno…>
<Sì, me lo ha detto.>
<Così qualche tempo fa ha fatto questo.>
Maria gira il blocco e tutto il mondo mi cade addosso.
Ora capisco cosa voleva fare per me; voleva proteggermi, aiutarmi ad essere felice come ha fatto quella notte quando mio padre mi depositò qui davanti come un pacco postale. 
E io l’altra sera, proprio a questo stesso tavolo, lo sentivo, lo capivo, perché in fondo credevo alla storia dei suoi disegni ed ero fuori di me all’idea delle conseguenze. Ero terrorizzato perché, una volta per tutte, avrei dovuto ammettere la verità con la persona con la quale era più difficile farlo: con me stesso.
Prendo delicatamente il blocco dalle mani di Maria e dopo essermi alzato vado verso la finestra.
<Quando ho cercato di baciarti, dicendoti poi che era solo il bacio di un’amica, era assolutamente vero. Volevamo avere la certezza prima di dirti qualsiasi cosa. E tu reagendo così ce l’hai data. Perdonaci Ermanno se puoi, ma noi ti abbiamo sempre voluto bene e Adelma in modo particolare. Poco prima che tua mamma mancasse, lei le ha promesso che ti avrebbe sempre tenuto d’occhio.>
Percepisco un insolito senso di benessere che prende il posto di tutta la rabbia e di tutti i risentimenti accumulati in questo anni. Si irradia in ogni angolo del mio corpo come un efficace siero contro il dolore.
Mi metto dietro le spalle di Maria e comincio a massaggiarle. Poi prendo il blocco che ho infilato sotto il braccio e guardo ancora una volta il disegno: in basso a destra la data di tre mesi fa e la firma di Adelma.
Il corpo è mio, con il braccio appoggiato alla grande porta a vetri mentre osservo in direzione di Adelma, ma il volto è quello di un bellissimo giovanotto, proprietario di un pastore tedesco, che ho conosciuto al negozio quindici giorni fa.
<Perdonarvi? Non smetterò mai di ringraziarvi. Vieni, andiamo a telefonare ai tuoi fratelli.>
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Nereo Trabacchi
 
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