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08 maggio 2017
Macron e la voglia di superare i vecchi partiti. La "corrispondenza" da Nantes
08 maggio 2017
Michele Mignani
Macron
Emmanuel Macron è il nuovo presidente della Francia: quelle del'8 maggio sono state elezioni non solo dal valore nazionale, ma con un impatto per tutta l'Europa.

Per questo abbiamo chiesto a un giovane universitario di Piacenza che sta svolgendo la sua trasferta "Erasmus" a Nantes di raccontarci le sue impressioni. 

Ecco la sua "corrispondenza"

Mi sono trasferito a Nantes, vivace città nel Nord-Ovest della Francia, a inizio gennaio, per frequentare qui le lezioni presso l’Audencia Business School, nell’ambito del programma Erasmus istituito dall’Unione Europea. Ho vissuto pertanto direttamente in prima persona gran parte della campagna elettorale delle elezioni presidenziali francesi appena conclusesi, sia per il fatto appunto di essere in Francia, sia per interesse personale nei confronti della politica e dell’attualità in generale.

Sicuramente il contesto in cui ero inserito, in termini di città, università e amicizie, era decisamente orientato verso un pensiero di stampo progressista e pro-Europa, piuttosto che verso una mentalità conservatrice; in primo luogo la città di Nantes storicamente possiede tale orientamento politico (non a caso il primo turno delle presidenziali, tenutosi il 22 aprile, aveva visto trionfare Macron, con il 31% delle preferenze, mentre Marine Le Pen, leader del Front National, aveva ottenuto solo il 7%). Inoltre, anche la maggior parte dei miei amici qui, anch’essi studenti internazionali o francesi ma con alle spalle esperienze di studio o lavoro all’estero, era per così dire decisamente critica non solo nei confronti del programma dell’ultra-destra, ma anche verso i partiti tradizionali di centrodestra (Les Républicains) e di centrosinistra (Parti Socialiste).

Nonostante ciò, ho cercato nel corso dei mesi di leggere le notizie e di seguire i dibattiti per avere un’idea non eccessivamente condizionata sulle posizioni dei vari candidati, in particolare durante le due scorse settimane antecedenti al ballottaggio definitivo del secondo turno.

L’impressione generale maggiore che sono riuscito a percepire è stata una volontà decisamente esplicita da parte della popolazione francese di superare il bipartitismo, che fino ad oggi aveva il sistema politico del paese: mai prima di quest’anno né il partito repubblicano né quello socialista non avevano conquistato contemporaneamente l’accesso al secondo turno.

È possibile constatare ciò non solo dal fatto che a contendersi l’Eliseo siano stati un movimento indipendente,” né di destra né di sinistra” formatosi poco più un anno fa (En Marche!) e un partito di destra estrema (FN), ma anche dall’exploit al primo turno del leader de “La France Insoumise” Jean Luc Mélenchon, euroscettico e con posizioni anticapitaliste e di estrema sinistra in generale, anch’egli molto popolare tra i giovani.

Per quanto riguarda invece il duello tra Le Pen e Macron, nonostante la mia già da tempo maturata predilezione nei confronti del candidato europeista di En Marche, ritengo che quest’ultimo sia stato in grado maggiormente di restare fedele al proprio programma originale, a differenza della leader del Front National, che invece ha modificato e/o abbandonato alcune delle sue promesse fatte durante la campagna del primo turno (fra cui l’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea, sostituita con un più accomodante piano per una “valuta nazionale da affiancare a quella europea”).

Un’ulteriore percezione che ho avuto guardando l’infuocato testa a testa tra i due contendenti trasmesso sulla televisione francese è il fatto che Macron, rispondendo alle domande dei moderatori, abbia saputo portare ed esporre proposte e contenuti più concreti e “a tutto campo” (dalla riforma del lavoro al miglioramento della sicurezza nazionale, fino alla riforma dell’Europa, suo vero e proprio cavallo di battaglia); al contrario, durante il dibattito Marine Le Pen non mi è sembrata intenzionata a proporre soluzioni ai temi trattati, bensì a cercare di evidenziare il fatto di rappresentare la vera discontinuità con il sistema, sottolineando a ogni intervento i precedenti di Macron come banchiere prima e come ministro durante la Presidenza Hollande poi, cercando di incanalare i sentimenti, seppur giustificati, di nazionalismo, collera e paura di una grossa fetta di elettorato francese, ma senza, a mio modestissimo avviso, fornire appunto risposte pertinenti e convincenti.

Nonostante la vittoria di Macron, con una Francia che dice sì al progresso e all’Europa (durante la sua salita sul palco in piazza del Louvre è stato riprodotto l’Inno alla Gioia, inno dell’Unione Europea) lo scenario politico resta tutt’altro che calmo: non è infatti sicuro che le elezioni legislative dell’11 e 18 giugno, dai cui risultati verrà determinata la formazione del Parlamento, confermeranno gli esiti delle presidenziali. Il FN di Le Pen infatti cercherà di confermare i risultati ottenuti al secondo turno, mentre per quanto riguarda il movimento En Marche, nonostante i sondaggi lo vedano ancora in testa, non possiede le strutture consolidate di un vero partito data la sua recentissima costituzione, pertanto la battaglia sarà prevedibilmente ancora più agguerrita.

 
Michele Mignani
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