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28 febbraio 2017
"La resistenza dello spirito di fronte al male" Intervista al prof. Bruzzone (Cattolica)
28 febbraio 2017
il prof. Bruzzone
Viktor Frankl
Seconda puntata di “Universi”, una nuova rubrica fissa di PiacenzaSera.it, che vi racconta il mondo dell’Università Cattolica di Piacenza con uno sguardo diverso.

Quello che segue, a firma Chiara Ruggeri, è il primo articolo dopo la presentazione.

Le pubblicazioni dei redattori di "Universi" (acronimo di Un Network Inclusivo nelle sue prime tre lettere) avranno una cadenza periodica, con un richiamo fisso anche nel logo in homepage.

L'idea di intervistare il docente della Cattolica di Piacenza Daniele Bruzzone è nata dopo una conferenza organizzata dall'ateneo in occasione della Giornata della Memoria. Ecco l'articolo

Il professor Daniele Bruzzone, docente di Pedagogia generale e Pedagogia sociale presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Piacenza, ha organizzato un seminario per gli studenti del liceo Colombini in occasione della Giornata della Memoria dal titolo “Nonostante tutto dire sì alla vita. Perché Auschwitz non ha ucciso la speranza” ed è intervenuto parlando del neurologo e psichiatra austriaco Viktor Frankl e della sua esperienza come deportato in 4 campi di concentramento, descritta nel libro: “Uno psicologo nei lager”.

Gli abbiamo rivolto qualche domanda per approfondire l’argomento.
 
1. Da dove nasce il suo interesse per Viktor Frankl e la sua opera?

Gli incontri decisivi, nella vita, a volte accadono per caso. Ho trovato su una bancarella di libri usati un testo di Frankl, "Alla ricerca di un significato della vita", attorno ai primi anni '90, quando ero studente di Filosofia a Genova. Probabilmente quel titolo aveva attirato la mia attenzione perché corrispondeva alle domande cruciali che, come molti miei coetanei, mi ponevo in quegli anni.

Mi interessavo di psicologie umanistico-esistenziali (stavo lavorando a una tesi su Carl Rogers) e, quando nel 1996 vinsi un posto per il Dottorato in Pedagogia in Cattolica a Milano, mi tornò in mente quella lettura. Decisi di ispirarmi a una intuizione frankliana (l'autorealizzazione è un effetto dell'autotrascendenza) e di sottoporla al vaglio della ricerca.

In realtà il mio interesse venne presto catalizzato interamente dalla figura dello psichiatra viennese: uno degli ultimi grandi intellettuali del secolo scorso, che era stato capace di enucleare un messaggio straordinariamente attuale. Decisi così di dedicare la mia ricerca al suo pensiero e alle implicazioni pedagogiche implicite, fino ad allora mai compiutamente analizzate.
 
2. Perché ha trovato così significativa, fra le tante testimonianze sulla deportazione degli ebrei, quella del Dott. Frankl? E in cosa, secondo il suo parere, differisce dalle altre?

Viktor Frankl è stato deportato in quattro campi di concentramento, tra cui il famigerato campo di sterminio di Auschwitz, tra il settembre del 1942 e l'aprile del 1945. Il suo libro "Uno psicologo nei lager" (da pochi giorni uscito in nuova edizione con il titolo "L'uomo in cerca di senso") rappresenta una narrazione incredibilmente lucida di quell'esperienza estrema. Come dice il titolo, Frankl tenta di leggere con lo sguardo dello psichiatra ciò che accadeva (interiormente, più che esteriormente) a coloro che erano stati deportati come lui.

Ma l'originalità della sua testimonianza consiste soprattutto in un punto che la distingue dagli altri racconti della Shoah che conosciamo: Frankl non si limita a descrivere il modo in cui le persone gradualmente venivano deformate e annientate nei lager nazisti, ma dedica altrettanta attenzione ai modi in cui alcune di esse (non necessariamente quelle fisicamente più forti) riuscivano a resistere e a mantenere intatta la propria dignità.

Si tratta, quindi, di un racconto di resilienza ante litteram (lui la chiamava "forza di resistenza dello spirito") che dimostra come la capacità di mantenere un orientamento al futuro consenta alle persone di attraversare anche le situazioni-limite senza smarrire la speranza.
 
3. Cosa risponderebbe ai suoi studenti se le chiedessero di spiegare come mai sia avvenuta una tale tragedia?

Quando ci si domanda "Perché" di fronte al male (non solo allo sterminio di milioni di persone, ma anche al male che ciascuno di noi sperimenta di fronte alla malattia, al dolore innocente, alla morte) ci si imbarca in un'impresa pressoché disperata, dal punto di vista razionale. Secoli di filosofia e di teologia non sono riusciti a fornire una risposta definitiva a questa domanda.

Tuttavia, Frankl ci insegna che anche laddove non riceviamo una risposta (sul "silenzio di Dio" sono state scritte migliaia di pagine altissime e drammatiche) siamo pur sempre in grado di darne una. Il dolore non è mai auspicabile, ma può essere paradossalmente un'occasione di crescita se lo affrontiamo con dignità. Questa è forse l'essenza dell'esperienza frankliana: l'essere umano è capace di trasformare una tragedia in un trionfo, nella misura in cui sceglie di fronte al male l'atteggiamento più costruttivo.

Ecco perché quello di Frankl è un messaggio di speranza per tutti coloro che soffrono: quando non possiamo scegliere ciò che ci accade, abbiamo ancora il potere di scegliere il nostro modo di starci dentro.

Del resto, la maggior parte dei sopravvissuti è uscita dai campi di concentramento chiedendosi perché moltissimi altri fossero morti, mentre Frankl ne esce chiedendosi perché la vita a lui fosse stata risparmiata. Mentre il primo "perché", non trovando risposte valide, rischia di ripiegare la vita sul passato, il secondo "perché" orienta la vita al futuro, a ciò che è ancora possibile, nonostante tutto.  
 
4. È d’accordo col Dott. Frankl sul fatto che anche le situazioni più estreme possano trasmettere un insegnamento positivo all’uomo che le vive?

Ci sono analisi acute e oltremodo istruttive di ciò che avvenne nel cuore dell'Europa in quegli anni (indimenticabile, ad esempio, il saggio di Hannah Arendt su "Le origini del totalitarismo") e ci devono servire, anche nel tempo presente, a riconoscere i segnali di una degenerazione ideologica che per certi versi è simile a quella che aveva annunciato l'avvento dei totalitarismi.

Ma, come ho detto, l'opera di Frankl non è un'indagine storica, ma una riflessione esistenziale, al limite la si potrebbe definire una esplorazione antropologica: Frankl ci parla di sé e di coloro che hanno condiviso con lui la prigionia, e in quel racconto ciascuno di noi trova qualcosa di se stesso.

Più che un insegnamento positivo che ci viene dalle situazioni difficili, Frankl sottolinea la nostra capacità di attraversare le situazioni difficili con un atteggiamento positivo. In altri termini: il male non è mai un bene, ma l'uomo sa trasformare anche il male in una occasione per esprimere il meglio di sé.
 
5. Secondo Lei il Dott. Frankl è sopravvissuto anche perché era un uomo di scienza e capace di analizzare “dall’esterno” quello che accadeva a lui e agli altri deportati?

Sicuramente la sua attitudine "scientifica" gli ha consentito, in alcuni momenti, di "oggettivare" ciò che gli accadeva e di porre tra sé e la situazione circostante una sorta di distanza protettiva.

Questo atteggiamento, che Frankl chiama "autodistanziamento", può essere attivato quando le persone si trovano in situazioni estremamente stressanti. Ma accanto a questa strategia, Frankl aveva anche una non comune capacità di introspezione: la sua esperienza, anzi, dimostra che chi ha una solida vita interiore può sopportare meglio e più a lungo situazioni esterne di deprivazione.

L'altro atteggiamento-chiave messo in luce da Frankl è l'"autotrascendenza", che consiste nell'avere sempre qualcosa o qualcuno per cui valga la pena vivere e, all'occorrenza, anche resistere.

Chiara Ruggeri
 
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